Storia

Mondiale 1934. 80 anni dopo

Il campo era in perfetto stato. Il manto erboso era stato curato nei giorni precedenti all’incontro, rizollato a dovere e tracciato come da regolamento. Il clima era particolarmente afoso e allo Stadio Nazionale del Partito Fascista, capolavoro di Marcello Piacentini, per quanto arioso e ricordante uno stadio olimpico greco, non spirava un soffio di vento. Si narra, ma la stampa dell’epoca era solita mitizzare alcune situazioni e uomini, che Orsi rimase in campo stoicamente nonostante una leggera insolazione. Fu anche autore di due reti.

Era il 27 maggio, e la nazionale di calcio Italiana esordiva ai Mondiali del 1934.

16 squadre partecipanti, formula ad eliminazione diretta. Otto città ospitanti e otto giudici di gara. Dal Sudamerica arriva l’Argentina, che ha il campionato nazionale di club in corso e manda in Italia le seconde linee, ad accompagnarli i confinanti del Brasile, i quali non solo giocavano ancora con la maglia bianca (la verdeoro la adotteranno dal 1954, il cambiò fu d’aiuto) ma non erano lontanamente paragonabili al Brasile di Pelè, Didì, Vavà o al più recente di Rivaldo, Ronaldo, Denilson. Infatti, non superarono gli ottavi: 3 a 1 contro la Spagna e altra traversata dell’Atlantico.
Due squadre illustri dell’epoca erano assenti, e i motivi ricordano in parte i litigi tra ragazzini che bisticciano in cortile per chi deve giocare “perché il pallone è mio”, in parte l’altezzosità snob .La prima è l’Uruguay. Nel 1930 riuscì ad organizzare i primi mondiali di calcio, ma l’Italia non vi partecipò, costi troppo onerosi probabilmente. La seconda nazionale, non può che essere lei: l’Inghilterra. Loro il calcio lo hanno inventato, non si scomodano per un evento simile, passino le amichevoli internazionali con Austria e Ungheria, ma questi mondiali organizzati dagli italiani, proprio no. Come riescono gli inglesi a farti pesare di essere italiano, non ci riesce nessuno. Ad ogni modo, sullo snobbismo una piccola percentuale di ragione l’avevano. Herbert Chapman, il modulo doppiavù-emme, l’Arsenal degli anni ‘20, il Chelsea degli anni ’30 e il gran numero di Lord ed allenatori giunti da noi dalla fine dell’800 (si veda la fondazione del Milan), non sono sufficienti?
Il resto delle squadre migliori dell’epoca risposero presente. C’era la Spagna del veterano portiere Zamora, il migliore insieme a Combi, immaginate Casillas e Buffon oggi. Scese dalle Alpi l’Austria allenata da Hugo Meisl. La Cecoslovacchia che visse un buon decennio calcistico e inaspettatamente la Germania, che sorprese tutti e arrivò alla finalina, più per la voglia di vincere che per la bravura tecnica.

Il giorno precedente, i ragazzi di Vittorio Pozzo hanno passato la mattinata sulla spiaggia di Ostia per poi pranzare ed ossigenarsi tra le pinete di Castel Fusano. Nel pomeriggio, sopralluogo sul terreno di gioco. Perfetto. Schiavio, Meazza ed Orsi non avranno problemi per i loro fraseggi.
Pozzo decide con Combi, il capitano, la scelta delle metà campo di gioco. La gara inizia alle 16.30, quindi nel primo tempo si attacca verso ovest, nel secondo sole alle spalle perché meno fastidioso che averlo di fronte. Ci si accorda con gli Stati Uniti per le casacche di gioco, Italia con maglia azzurra e americani con la rossa.
il CT ha già annunciato la formazione. Tra i pali Combi, sebbene ritiratosi dall’attività calcistica l’infortunio alla spalla di Cerasoli durante un allenamento rigori costringe il commissario tecnico a richiamarlo. Brera scrive

“Il solo a non perdere la testa, nel panico generale, è monsù Vittorio Pozzo, che telefona a Gian Piero Combi, ormai passato alla cassa del suo grande bar torinese, e lo scongiura di non abbandonarlo in quel frangente.”

Davanti all’estremo difensore, Allemandi (Ambriosana Inter) e Rosetta (Juventus), all’ultima partita con la nazionale. Mediani bassi, Pizziolo (Fiorentina), Monti e Bertolini (Juventus) Sulla linea offensiva: ala destra Guarisi (Lazio) preferito a Guaita (Roma), ala sinistra Orsi, mezze ali Meazza (Ambrosiana Inter) e Ferrari (Juventus), centravanti Schiavio (Bologna).

La partita ha inizio. L’Italia va in vantaggio al 18’ con Schiavio e due minuti dopo con Orsi. La prima frazione si chiude 3 a 0 con la doppietta del centravanti bolognese.
Nessuna sorpresa. Lo svantaggio degli Stati Uniti era prevedibile. Eppure, nell’amichevole pre mondiale vinta 4 a 2 contro il Messico, gli americani avevano dimostrato di essere una squadra compatta soprattutto in avanti, ma non altrettanto tecnica. Gli undici sono gli stessi, ma l’ala sinistra Gonsalves è spostato al centro qualche metro più dietro. Nell’intervallo, Gadsby riporta Gonsalves nella sua posizione originale e nella ripresa interseca una rete di passaggi con Donelli che li porta più volte pericolosamente davanti la porta di Combi. Al 57’ l’attacco degli statunitensi si concretizza e Donelli assistito proprio da Gonzalves accorcia le distanze.

Donelli, nella prima frazione sottotono sembra entrato in partita. L’italo-americano è stato autore nella citata amichevole di tutti e quattro i gol segnati dagli Stati Uniti. Record nazionale tutt’ora inviolato. Peccato che in carriera con la maglia stelle e strisce abbia segnato solo cinque gol in due partite. Dopo il mondiale ricevette anche un’offerta da parte della Lazio, che rifiutò. Tornò in patria, gioco sino a prima della guerra per poi dedicarsi alla carriera di allenatore, dove detiene un altro primato. È l’unico ad aver allenato contemporaneamente una squadra universitaria, il Duquesne, e una della National Football League, i Pittsburgh Stellers.

Tornando alla partita. La buona volontà e la bravura del duo di attacco non furono sufficienti. Rosetta ed Allemandi rudi e arcigni come erano, vanificarono ogni tentativo. L’Italia dilagò. Ferrari, di nuovo Schiavio e Orsi. Infine, al ’90, Lui, Il Balilla Giuseppe Meazza.

7 a 1, tutt’oggi la sconfitta più larga degli Stati Uniti in un mondiale. Austria, Germania e Cecoslovacchia passano il turno. Gli avversari dell’Italia ai quarti sarà la Spagna. Mancherà Rosetta, al quale viene preferito Monzeglio (Bologna), e saluta così la difesa della nazionale.

Il mondiale del ’34 sarà la base per il consolidamento di una squadra, che con innesti futuri, dominerà per due campionati mondiali e un’olimpiade. Sarà il mondiale del fascismo e della insolita casacca nera in sostituzione di quella azzurra. Che si voglia o no, la Storia è onnipresente.

Lascia un commento